Amori di luce e di tenebra

Achille e Patroclo
Estratto da Dialoghi con Leuco di Cesare Pavese
ACHILLE. – E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: «Quest’ho fatto. Quest’ho veduto»
chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato
di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?
PATROCLO. – Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava
essere insieme tutto il tempo.
ACHILLE. – Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da
questa guerra torneranno i compagni laggiú, chi passerà su quelle strade, chi saprà che
una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli
altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li atende?
PATROCLO. – Non ci si pensa, da ragazzi.
ACHILLE. – Ci sono giorni che dovranno ancora nascere e noi non vedremo.
PATROCLO. – Non ne abbiamo veduti già̀ molti?
ACHILLE. – No, Patroclo, non molti. Verrà̀ il giorno che saremo cadaveri. Che avremo
tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.
PATROCLO. – Non serve pensarci.
ACHILLE. – Non si può̀ non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride.
Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si
butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.
PATROCLO. – Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di
stanotte. Achille, quando torneremo in campo?
ACHILLE. – Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme,
sarà̀ l’ora.
Cassandra
Estratto dal discorso di Greta Thumberg all’ONU – settembre 2019
Tutto questo è sbagliato! Io non dovrei essere in questo luogo adesso. Dovrei essere a
scuola. Dall’altro lato dell’oceano. Invece voi adulti avete chiesto a noi giovani di venire qui
in nome della speranza. Come osate?
Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote …
Le persone soffrono, stanno morendo.
I nostri ecosistemi stanno collassando.
Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui vi interessate sono i soldi e le
falsità su una crescita economica?! Ma come osate?
Sono più di 30 anni che la scienza è chiara nei suoi messaggi: come fate a non
considerarla? A venire qui dicendo che state facendo abbastanza…
Dite che ci ascoltate e che capite l’urgenza.
Indipendentemente da quanto io sia triste e arrabbiata, sappiate che non vi credo.
Perché se davvero avete capito la situazione e continuate ad agire in modo errato, allora
siete da considerare dei malvagi. (ipocriti)
Ci state deludendo.
Ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento.
Lo sguardo delle future generazioni è puntato su di voi.
Se decidete di deluderci, allora sappiate che non vi perdoneremo mai.
Non vi lasceremo proseguire così.
Il mondo si sta svegliando e, vi piaccia o no, il cambiamento sta arrivando.
Qui e in questo momento noi segniamo la linea.
Estratto da Cassandra di Chiristha Wolf
Termino qui, impotente, e niente, niente di quello che avrei potuto fare o non fare, volere o
pensare, mi avrebbe condotto a una meta diversa. Più profondamente di ogni altro moto
dell’animo, più profondamente persino della mia paura, mi impregna, mi corrode, mi
avvelena l’indifferenza dei celesti (potenti) verso noi terreni.
È naufragata l’audace impresa di opporre il nostro debole calore alla loro gelidità.
Cristo e Maddalena
Estratto da Quando non morivo di Mariangela Gualtieri
Tu preghi, tu invochi. Giorno dell’ira
giorno del tremore. Questo dici. Ma adesso
ti chiedo, adesso, in queste ore di tormento.
Il Dio che invochi? Tace. Quanto tace.
La sua imperturbabilità – non me la spiego.
E non mi spiego di non udire
il suo grave lamento, il suo urlo di collera
o d’amore. Sentire almeno
il suo avvilimento, sentirlo piangere
come piangiamo noi
guardando le facce serie del dolore
facce in sgomento davanti alle macerie.
Giudice giusto, punitore dici.
Io non so invocarlo questo tuo Dio
né bestemmiarlo. Troppo duro per me.
(…)
Subito si cuce questo niente da dire
ad una voce che batte.
Vuole palpitare ancora, forte, forte forte
dire sono – sono qui – e sentire che c’è
fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
un unico danzare approfondito,
e dialogo
di particelle mai assopite, mai morte
mai finite.
Siamo questo traslare
cambiare posto e nome.
Siamo un essere qui, perenne navigare
di sostanze da nome a nome. Siamo.
Dafne
Estratto dal libro 1° delle Metamorfosi di Ovidio
Il vento le denudava le membra, venendole incontro faceva vibrare la veste sospinta in
avanti, e col suo soffio lieve le mandava indietro i capelli, si che la bellezza era accresciuta
da quella fuga.
Ma ormai il giovane dio non ha più pazienza di perdersi in lusinghe, e come lo spinge a far
appunto l’amore, si mette ad incalzarla da presso.
(…)
Così il dio e la fanciulla, lui veloce per bramosia, lei per paura. L’inseguitore però, aiutato
dalle ali dell’amore, corre di più e non dà tregua ed è alle spalle della fuggitiva,
ansimandole sui capelli sparsi sul collo. Stremata essa alla fine impallidisce, e vinta dalla
fatica di quella corsa disperata rivolta alle acque del fiume Peneo: <<Aiutami, padre, –
dice. – Se voi fiumi avete qualche potere dissolvi, trasformandola, questa figura per la
quale sono troppo piaciuta!>>
Ha appena finito questa preghiera, che un pesante torpore le pervade le membra, il tenero
petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede,
poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima.
Conserva solo la lucentezza.
Anche Febo la ama, e poggiata la mano sul tronco sente il petto trepidare ancora sotto la
corteccia fresca, e stringe fra le sue braccia i rami, come fossero membra, e bacia il legno,
ma il legno si sottrae ai suoi baci. E allora dice: <<siccome non puoi essere moglie mia,
sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra,
sulla mia faretra.
La donna muta nella rete
Estratto da Caduto fuori dal tempo di David Grossman
Scriba delle cronache cittadine: La città dorme, le vie sono deserte. All’estremità del
vecchio molo mi fermo in attesa. Il lago è tempestoso questa notte e i miei occhiali si
coprono di spruzzi d’acqua. In momenti come questi, Vostra grazia, quasi maledico la mia
cieca obbedienza ai vostri ordini. (…) E ancora una volta, come ieri notte, la muta
riparatrice di reti alza la testa dal groviglio nel quale è rannicchiata … ha uno scatto
improvviso, corre lungo il molo, fra scheletri di barche e ancore arrugginite, trascinando le
lunghe reti che le svolazzano intorno. Non vedo bene da qui, ma mi sembra che qualcuno
cerchi di costringere la muta a girarsi e guardare le colline, lei si oppone geme, sputa. (…)
La testa della donna si piega di colpo all’indietro forse davvero qualcuno nel buio le sta
spezzando il collo (…) Lei spalanca la bocca, digrigna i denti e d’un tratto silenzio. Come
mai c’è tanto silenzio? Anche il lago, è come se le onde no …
Donna nella rete: due fiocchi umani | eravamo | un bimbo e sua madre, | nello spazio del
mondo | abbiamo volato | per sei anni | interi (…) fino a che arrivò | con leggerezza | un
refolo | un respiro | uno sbuffo | un alito | una brezza | e soffiò | nelle foglie … | e sentenziò
e condannò | tu qui | lui | là … | finito e terminato | e in schegge frantumato. (…) il freddo
della solitudine | e del nulla | mi bruciava | le membra. Perché mi toccò | perché fui toccata
| dal gelo | dalla fatalità.
Scriba delle cronache cittadine: Fenomeni come questo mi inquietano. E anche il fatto
che il lago riprenda vita all’improvviso, e le barche tornino a sbatacchiare l’una contro
l’altra e a scricchiolare come se ridessero di me. E anche voi riderete di me, Duca, ma
sono pronto a giurare che ho visto una sottile striscia di luce spuntare dalla bocca della
donna. (…) E per un istante, quando la donna cantava il suo lamento, mi è apparsa quasi
bella (…) la sua voce era limpida. Oserei dire celestiale. Ma cosa ne capisco io. E sono
anche stanco. Tutto questo mi confonde… E ora, Vostra grazia, finalmente l’alba.
Orfeo e Euridice
Estratto da Orfeo. Euridice. Hermes di Rainer Maria Rilke
Stretta alla mano di quel dio,
mite e paziente lei andava,
il passo incerto per la lunga
tunica di morte.
Chiusa in sé, come in una speranza più alta,
non un pensiero per l’uomo che cammina avanti
né per la strada
che la porta ai vivi.
Chiusa in sé. E tutta immersa
nella pienezza del suo essere in morte.
Quella sua grande morte, così nuova,
che la colmava di dolcezza oscura.
Null’altro essa capiva.
Come in una nuova verginità, intoccabile;
chiuso il sesso, come un fiore a sera,
le mani così disabituate alla vita di sposa
che il contatto con la mano del dio –
lievissimo tocco della dolce guida –
era troppo intimo per lei, e la turbava.
La bionda sposa che il poeta
aveva cantato nei suoi versi,
il profumo della sua vita,
l’isola del suo ampio letto,
non era più sua, non era più.
Era come lunga chioma disciolta,
diffusa come pioggia sulla terra
ricchezza in mille parti divisa.
Era radice, ormai.
E quando, all’improvviso,
il dio la trattenne e con dolore
esclamò: Si è voltato –
lei non comprese e disse, piano: Chi?
Ma in lontananza e in ombra sulla soglia chiara
stava qualcuno – il volto era invisibile.
Restava là e guardava
la traccia di un sentiero in mezzo ai prati
dove il dio dei messaggi, triste in volto,
si volgeva in silenzio per seguire lei,
lei che tornava sulla stessa via,
mite e paziente col suo passo incerto
frenato dalla lunga tunica di morte.
Otello e Desdemona
Estratto da Otello di William Shakespeare
OTELLO: C’è una ragione, c’è una ragione, anima mia! Ma a voi non la dirò, purissime
stelle. Una ragione! Eppure non voglio spargere il suo sangue, voglio lasciare
intatta la sua pelle più bianca della neve e più liscia dell’alabastro. Ma deve morire!
o alito profumato, un altro bacio! Ancora un altro! Resta così nella morte! ti ucciderò
e ti amerò ancora! Un altro bacio! l’ultimo! Mai dolcezza fu così fatale. Io piango, sì
ma lacrime crudeli. È un dolore celeste quello che colpisce chi è amato dal cielo.
Paolo e Francesca
Estratto dal Canto V dell’inferno di Dante Alighieri
Dante
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno:
sì forte fu l’affettuoso grido.
Francesca
“O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
(…)
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non
m’abbandona”.
(…)
Dante
……………………….: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.
(…)
Francesca
Noi leggiavamo un giorno, per diletto,
di Lancialotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”
Dante
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse;
E caddi come corpo morto cade.
Prometeo
Inno a Prometeo di Johann Wolfgang Goethe
Vela il tuo cielo
di nuvole fosche,
o Zeus,
e usa la tua forza
contro le querce
alte sugli alti monti,
come un ragazzo
che taglia la testa ai cardi!
Ma sulla mia terra,
sulla capanna, mia,
che non hai costruito,
sul mio focolare,
e su questa fiamma
che ti fa invidia,
tu non hai potere.
Al mondo, sotto il sole, nessuno è più
misero di voi, o dei!
Povere offerte e sussurri di preghiere
nutrono la vostra gloria,
fanciulli e mendicanti
vi mantengono in vita
con le loro folli speranze.
Ero un bambino anch’io,
sperduto, ignaro,
e verso il sole rivolgevo
gli occhi smarriti,
ci fosse mai lassù
un orecchio che udisse il mio lamento,
un cuore come il mio
che avesse pietà della mia pena.
Chi mi ha dato aiuto
per fronteggiare i Titani?
Chi mi ha salvato dalla morte,
dalla schiavitù?
tu, ingannato, hai reso grazie fervide
a colui che dormiva lassù in cielo?
E dovrei onorarti, io? Perché?
Hai forse alleviato le mie pene
quando soffrivo?
Hai forse asciugato le mie lacrime
quando piangevo?
Mi hanno fatto uomo
il Tempo onnipotente
e l’eterno Destino,
signori a entrambi,
a me e a te.
Credevi forse
che avrei preso in odio questa vita,
che sarei fuggito in lande deserte
perché i miei sogni di fanciullo
non erano giunti a fioritura?
No, io qui sono e sto
e formo gli uomini
a mia immagine,
una razza che mi somiglia
destinata a piangere, a soffrire,
a godere e a gioire
senza badare a te,
così, come faccio io.
Ultimo aggiornamento
11 Febbraio 2026, 08:53
Museo Il Correggio