San Mauro risana un giovane cieco

Autore
Malatesta Adeodato
Tecnica
Olio su tela
Supporto
Tela
Dimensioni
Lungh.: 165 cm Alt.: 260 cm
Sala
Sala Bonifazio Asioli
Provenienza
Confraternita di San Sebastiano
Datazione
1834

Nel 1835 Adeodato Malatesta esponeva all’Accademia d Venezia il San Mauro che risana un giovane cieco.
Il quadro era stato commissionato per la chiesa di San Sebastiano a Correggio, e raffigura un miracolo di san Mauro riferito al 15 gennaio del 584. All’entusiasmo del pubblico, che accorse numeroso per vedere il quadro racchiuso in una cornice appositamente predisposta dagli accademici veneziani, aveva fatto eco la stampa con articoli di grande rilievo su la “Gazzetta privilegiata di Venezia” e su “La Voce della Verità”, puntualmente ripresi a Modena da “L’Amico della Gioventù” (1 settembre 1835), nei quali si dava conto della freschezza dei colori e della morbida resa delle carni, dell’introspezione dei caratteri e dell’armoniosa prospettiva archittettonica, tanto che un recensore aveva potuto concludere “questa è natura; questo … è veramente candore e ingenuità virgiliana”. Quando nel novembre è esposto all’Atestina di Modena, il San Mauro ottiene un vero trionfo,  reiterato quando nell’agosto del 1836 l’opera veniva definitivamente trasferita nella chiesa di Correggio il giorno stesso della festa di san Mauro. In tutte quelle occasioni la critica aveva messo in evidenza soprattutto le delicate trasparenze del colore e l’equilibrio della composizione che richiamavano – a detta dei critici – la “semplicità” dei cinquecentisti, né si era tralasciato di rilevare la “bella natura” nella caratterizzazione dei volti dei personaggi. E quando Antonio Peretti illustrerà, nel 1845,l’incisione del quadro nelle “Gemme d’Arti italiane”, la sua attenzione sarà rivolta in special modo alla ingegnosa composizione dei gruppi, alla “finitezza dei particolari”, cioè agli aspetti più disegnativi e per così dire tosco-romani dell’opera, dal momento che il pittore frequentando la veneta scuola avrebbe potuto un po’ meglio variare le ombre, un po’ meglio spiegare quella ricchezza di tinte, di cui fece sfoggio nel San Bartolomeo, quadro, cui un illustre straniero volle comprare per un Tiziano ristaurato”. Si deve dunque concludere che, mentre dava ai ritratti la suggestione del colore, Malatesta riservava invece al quadro storico o sacro uno stile più elevato rifacendosi alla tradizione classicista, da Raffaello a Domenichino, che gli suggeriva la prevalenza del disegno e quindi trasparenza e levità del colore con risultati vicini al naturalismo mediato dei puristi.
Per quanto riguarda la tecnica di esecuzione del dipinto in relazione al suo stile, è interessante la lettera che Salghetti inviava a Malatesta da Zara nel novembre 1856, nella quale si accenna ai colori molto diluiti usati nel dipingere il San Mauro: che è un’osservazione tecnica utile appunto ad integrare le osservazioni sullo stile fatte dai contemporanei, i quali avevano ammirato nel quadro il “colorito tenuto alla vera natura”, cioè subordinato al valore analogico della forma. Del dipinto si conoscono un disegno preparatorio velocemente schizzato e limitato alle figure principali, presente tra i fogli d’uno degli album della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e il bozzetto ad olio della Galleria Estense, che invece consente qualche ulteriore osservazione sulla genesi del dipinto. Se infatti il quadro, nella sua risoluzione finale, rappresenta un apice delle convenzioni puriste per come risolve l’unione ‘temperata’ di disegno e di colore, il bozzetto dimostra che, all’origine dell’idea, valevano ancora i precetti dell’Accademia Fiorentina, evidenti nello stile che rimanda, per fare qualche esempio, ai bozzetti di Allori, e quindi all’indirizzo seicentista di Bezzuoli e alle risorse del romanticismo storico, i cui scenari neogotici compaiono nello sfondo architettonico della piccola tela come allusione all’epoca plausibile in cui accadde il miracolo. La scelta finale di Malatesta fu dunque di sostituire a quella relatività stilistica e storica il classicismo mitigato dalla natura dei puristi, ma nulla vieta di ritenere, pensando al bozzetto, che l’artista riprendesse per il quadro un pensiero compositivo già rielaborato in Toscana entro il 1830 e del quale potrebbe essere una prima traccia proprio il disegno ancora oggi conservato nei fondi della Biblioteca Nazionale di Firenze.

(dalla scheda di Carlo Sisi in Modelli d’Arte e Devozione. Adeodato Malatesta 1806-1891,Ginevra e Milano 1998, pp. 124-126).