Musei Il Correggio

La storia degli allestimenti: la prima metà del '900

Nel 1919 la Soprintendenza ai Monumenti aveva avviato nel Palazzo dei Principi (dichiarato monumento nazionale fin dal 1887) i primi urgenti lavori di consolidamento e restauro e il pittore Enrico Bertolini, insegnante di storia dell'arte nelle scuole pubbliche, era riuscito a raccogliere e ad ordinare, secondo quanto scrive nell'introduzione al suo opuscoletto-catalogo “Le opere artistiche del Principato di Correggio”, buona parte delle raccolte di proprietà comunale nella sala del soffitto a cassettoni e in quella attigua. Egli aveva di fatto iniziato volontariamente il lavoro di raccolta intorno al 1919, ma l'incarico di conservare ed esporre al pubblico le raccolte a scopo di studio gli venne formalizzato solo nel 1920 dal commissario prefettizio. Il lavoro disinteressato e tenace di ricomposizione del patrimonio pezzo per pezzo, effettuato anche con interventi presso i privati, l'opera paziente di ripulitura, intelaiatura e incorniciatura portò al sospirato traguardo di una presenza autonoma nel palazzo, purtroppo solo virtuale, di un piccolo museo. Una parte degli arazzi era rimasta nelle sale del sindaco e soprattutto nessuna risposta era stata data alle richieste reiterate rivolte alla Congregazione di Carità per ottenere in deposito il “Redentore” di Andrea Mantegna e la “Madonna col Bambino e i santi Rocco e Sebastiano”, tradizionalmente attribuita al Francia poi al Chiodarolo (ma assegnata da Augusta Ghidiglia Quintavalle e da Longhi nel 1959 al ferrarese Domenico Panetti).
Bertolini nel 1923 aveva anche indotto il sindaco a chiedere in deposito il cofanetto quattrocentesco degli Embriachi, compreso nel tesoro della basilica di San Quirino, ottenendone un consenso condizionato a certe garanzie.
Tuttavia, in quell'anno, Francesco Cafarri, segretario della Congregazione e storico delle locali istituzioni di assistenza e beneficenza, aveva sommariamente stroncato in poche righe il tentativo di Bertolini, nel finale del suo “Compendio di storia civile della città dall'anno 950 al 1923”, con la motivazione dello scarso coefficiente artistico del patrimonio conservato che non giustificava l'apertura di un museo, consigliando di riportare tutto in Municipio.
Nel luglio del 1923 la Congregazione aveva trasmesso la propria volontà "non aliena a trasferire i quadri" a condizione che il Comune li assicurasse adeguatamente contro il furto e l'incendio. L'Amministrazione comunale però soprassedette e Bertolini, pur di non rinunciare al progetto, si offri come "custode" delle sale.
Nel 1925 si approfittò dei lavori di restauro del palazzo, commissionati all'ingegner Zucchini, per smobilitare il piccolo museo. Gli arazzi e i quadri migliori, come scrive Bertolini, furono riportati in Municipio e le opere restanti al secondo piano del Palazzo dei Principi. Nelle sale del piano nobile era stata nel frattempo trasferita la biblioteca comunale, che venne riordinata a partire dal 1926. Nel 1929, quando il podestà, a cose fatte, soppresse un museo che non era mai stato aperto, esso non esisteva più, nemmeno virtualmente, da quattro anni. La sua parabola progettuale si era conclusa all'alba del 1925.
Allo scadere del 1929 Riccardo Finzi, direttore della biblioteca, prese in consegna "la suppellettile artistica" (così definita nell'atto), eccezion fatta per la raccolta di arazzi che rimase in Municipio. Nonostante la differenza di impostazione e di vedute, seguitò con altrettanto impegno quell'opera di raccolta del patrimonio storico-artistico (accanto al patrimonio librario) che aveva contrassegnato il lavoro di Bertolini. Nel 1934 si fece promotore di una convenzione, stipulata nel 1936 tra il Comune e la Congregazione di Carità, ottenendo in deposito "a titolo di prestito gratuito" dei dipinti di Mantegna e Panetti.
Durante la seconda guerra mondiale le raccolte non subirono danni o sottrazioni anche perché una parte di esse, gli arazzi in particolare, venne trasferita e murata in luogo sicuro. Il Mantegna e il Panetti emigrarono temporaneamente a Modena dove la Soprintendenza alle Gallerie provvide alla loro salvaguardia, in attuazione di un programma di protezione antiaerea, ritornando a guerra finita alle Opere Pie. Un Inventario dei beni mobili, compilato dal Finzi nel 1953, documenta che in biblioteca erano stati collocati centottantotto pezzi delle raccolte storico-artistiche, di cui il nucleo maggiore si trovava concentrato nella sala di lettura (ma quattro arazzi erano rimasti in Municipio). Le altre opere erano distribuite nella "sala lunga", nella "sala corta", nella direzione, nel vestibolo, nella sala conferenze, nel deposito riviste.
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