Musei Il Correggio

La chiesa abbaziale e il monastero

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(a) La chiesa abbaziale
 
La basilica abbaziale venne ricostruita a partire dal 1490 circa, con un progetto definitivo nel 1510 a opera di Giliolo da Reggio prima e poi di Bernardino Zaccagni. I lavori dovettero concludersi verso il 1519. Fin dai progetti originari l'abate Girolamo Spinola aveva previsto di scandire gli spazi architettonici con un'ampia decorazione pittorica, assicurandosi precocemente il giovane Correggio, che solo pochi anni prima aveva dato un ottimo saggio della sua arte in città in un altro monastero benedettino, quello di San Paolo, in cui aveva decorato per la badessa Giovanna Piacenza la celebrata Camera della Badessa.
La facciata marmorea della chiesa quale si presenta oggi fu disegnata da Simone Moschino in stile tardo manierista nel 1604 e completata nel 1607 con la sovrintendenza di Giovan Battista Carrà detto il Bissone. Il campanile, presente sul lato destro (guardando della chiesa) è probabile opera di Giovanni Battista Magnani e venne aggiunto sei anni dopo il completamento dell’edificio, nel 1613.
I suoi 76 metri lo rendono il più alto di tutta la città di Parma.
L'interno, con pianta a croce latina, è a tre navate, scandite da pilastri cruciformi scanalati in pietra grigia, con capitelli compositi di chiara derivazione classicheggiante.
Sulle navate minori si aprono sei cappelle a pianta poligonale, mentre altre due fiancheggiano il presbiterio.
Misura 67 m di lunghezza e 18,20 m di larghezza. L'altezza della navata centrale è di m 19,00 e delle navate laterali è di m 10,40.  L’interno , pur chiaramente debitore del Duomo romanico, presenta numerosi segni di una nuova sensibilità artistica rinascimentale, ripresi da Brunelleschi (pilastri) e Alberti (festoni dei capitelli dei tre pilastri verso l'abside.)
Le nuove esigenze della prospettiva, poi, hanno suggerito di collocare le due cappelle ai lati del presbiterio perfettamente in asse con le navate laterali.
Forse più ancora dell'architettura, la ricca decorazione dell'edificio rivela un'apertura della committenza verso scelte decisamente innovative, come quella che vedremo espressa dall’impresa pittorica del Correggio. In San Giovanni il Maestro  eseguì cinque affreschi: la lunetta con il San Giovanni e l’aquila (1520); la cupola con  tamburo e quattro pennacchi; la volta  e il catino dell’abside,  parzialmente demolito nel 1586 per prolungare il coro; le pareti del coro, totalmente distrutte nel 1586 e, infine, il fregio pittorico che corre lungo tutto il perimetro.
Sempre a Correggio, poi si devono  il Compianto su Cristo morto e il Martirio di quattro santi (Cappella del Bono) oggi nella Galleria Nazionale.


(b) Il monastero

Uscendo dalla chiesa, a destra, vi è l’accesso ai chiostri. Il primo detto di San Giovanni o della Porta, con porticato a colonne ioniche e resti di affreschi del tardo Cinquecento, è l’ultimo in ordine cronologico (1537-1538). Ancora visibile sotto il tetto qualche traccia degli affreschi di Leonardo da Monchio e di Ercole Pio, datati 1579. La fontana al centro è stata inaugurata il 17 ottobre 1589. Il chiostro è collegato, grazie alla continuazione dell’anello perimetrale, a quello più antico detto del Capitolo (1500) sotto la cui loggia si apre, attraverso una porta a edicole e bifore riccamente scolpite da Antonio Ferrari d’Agrate, la sala capitolare. Questa sala possiede sedili in legno con dossali intarsiati e il chiusino sepolcrale al centro della pavimentazione, di stile lombardo-veneto, ad arabeschi incisi su lastra di marmo bianco e riempiti di pastiglia nera, che deve ritenersi eseguito dai maestri d’Agrate nel primo decennio del Cinquecento. I sedili sono in noce intarsiata a intrecci geometrici, divisi in campi diversi da pilastrini e capitelli minuscoli e ben intagliati. Le modanature sono eseguite rigorosamente. Pare che sia uscito dall’officina di Bernardo Canoccio da Lendinara, abile artista, verso l’ultimo decennio del XV secolo. Oltre agli affreschi del Correggio, staccati da dietro le cantorie del presbiterio, è da ammirare anche una bella copia della Deposizione del Correggio, tornata nel monastero nel 1993. Dal chiostro del Capitolo per un ampio scalone a tre rampe si è nel grandioso corridoio di due bracci, incrociantisi sotto un cupolino centrale, illuminati grazie a una serie completa di finestroni, che fanno risplendere ogni angolo, e che danno accesso a una lunga serie di camere con gli stipiti delle porte in pietra arenaria. Un tempo era detto dormitorio. Il braccio più lungo di esso ha un primato nel suo genere, essendo lungo ben 151,80 metri.
Il terzo chiostro, detto di San Benedetto, è il più grande e risale al 1508-1512. La linea è molto elegante; il porticato è formato da trenta colonne; tra colonna e colonna ventisei tondini con figure di santi. In gran parte questo lavoro di Giovanni Battista Merano e Tommaso Aldovrandini (dal 1682 al 1687) è stato cancellato dalle intemperie. Da qui si giunge nel refettorio dove si conserva la tela dell' Ultima cena (1562) del Bedoli, inquadrata in prospettive ad affresco realizzate probabilmente da Leonardo da Monchio. Bella sala di vaste proporzioni (lunga metri 30, larga 10 e alta 12), completata nel 1498, riceve luce da otto grandi finestre. Per molti anni è servita come "palestra" ai soldati di stanza nella parte del monastero ridotta a caserma. Di notevole interesse è la raccolta di stampe della Galleria delle stampe Emilio e Giulia Ferroni. Vi si trovano incisioni del Tocchi e di Scuola che riproducono la cupola del Duomo, quella di San Giovanni e affreschi del Parmigianino, dono del cav. ing. Emilio Ferroni in occasione del millenario dell'abbazia avvenuto nel 1980. La galleria accoglie inoltre altre incisioni di vari soggetti religiosi da dipinti di artisti di gran fama. Al piano superiore del monastero e che divide il primo chiostro dal secondo, è situata la biblioteca, una sala lunga metri 21, larga 13 e alta 6, tipico esempio di architettura cinquecentesca. E’ divisa in tre navate da due ordini di colonne. Anche questo locale ha riacquistato il suo antico splendore. Alle pareti, tempere di Ercole Pio e Antonio Paganini che vi hanno lavorato nel periodo 1571-1575. Complessa decorazione, quella dei due artisti, allusiva al significato della biblioteca come theatrum mundi e theatrum sapientiae. Tra le più interessanti, quella che presenta il Ducato di Parma e quella della battaglia di Lepanto, forse in onore del principe Alessandro Farnese che vi aveva partecipato. Nel soffitto numerose grottesche: figure, stemmi, motti in diverse lingue antiche, opera degli stessi artisti. Materiale pregevolissimo della biblioteca sono undici corali miniati, di finissima fattura, opera di Damiano e di Francino da Moile, operanti tra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi del secolo successivo; e altri volumi di grande interesse.
(da http://www.monasterosangiovanni.com/monastero.html)



 
 
 
 
 
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