Musei Il Correggio

Il levriere dei da Correggio

Allora Giberto pose il cimiero dell’arma sua la corona regale, dalla quale esce un can levriero, alludendo alla vittoria che ebbe per cagione della caccia suddetta, e perciò si vede così scolpito in marmo nella lapide della sua sepoltura in S. Francesco di Correggio  e nella pilastrata della scala di S. Francesco scolpita in marmo.
Così le Antichità Coreggesche, che riuniscono la Cronaca Zuccardi tradizionalmente attribuita a padre Lucio Zuccardi (Corrado Corradini propone invece il nome del canonico correggese Francesco Zuccardi), le postille di Quirino Bulbarini e le annotazioni di Giulio Cesare Marchi Castellini, ricordano l’episodio bellico che sarebbe stato all’origine di uno dei più caratteristici simboli araldici dell’arme dei da Correggio: la testa di cane, collarinata e linguata (così in linguaggio araldico), cioè con un collare attorno al collo e la lingua guizzante al di fuori delle fauci spalancate, rivolta alla destra araldica (cioè verso la sinistra di chi guarda).
Un simbolo che compare con grandissima frequenza dalla seconda metà del XIV secolo sul cimiero (ornamento esterno allo scudo, posto sulla sommità dello stesso) dello scudo. In alcuni casi la testa di cane esce da un cercine (piccolo rotolo di stoffa rigonfio e attorcigliato a ciambella, posto sul cucuzzolo dell’elmo), poi da una corona.
Ampiamente diffuso, come si è detto, dalla seconda metà del XIV secolo fu in uso pressoché costante fino alla metà del XV, diventando un elemento distintivo dall’arme di famiglia.
Anche se nel 1454 l’elevazione di Correggio a Contea imperiale portò alla concessine e all’introduzione di un nuovo stemma, quello antico rimase in auge per alcuni decenni, salvo poi scomparire per tutto il XVI secolo.
Solo nel corso del primo Seicento venne ripreso da Giovanni Siro, Principe e ultimo Signore di Correggio, nei suoi complessi stemmi.
Il significato della figura del cane è stato variamente interpretato. Abbiamo visto Antichità correggesche, cui si conforma anche l’Arrivabene nelle sue Notizie. L’episodio è noto, facendo riferimento ad un episodio che avrebbe coinvolto Giberto IV (secondo alcune genealogie) da Correggio, che il 16 giugno 1247, capeggiando le forze guelfe, avrebbe sconfitto Federico II di Svevia che aveva posto l’assedio a Parma.
Qui il condizionale è assolutamente d’obbligo, perché  le fonti del tempo divergono sostanzialmente dalla ricostruzione di Arrivabene e Antichità.  Non si parla, infatti, di Giberto bensì di Gherardo de Dentibus  (per la sua imponente dentatura, come lo descrive il cronista Salimbene de Adam), ma soprattutto la battaglia che segnò la sconfitta dell’esercito imperiale avvenne ben sette mesi più tardi, il 18 febbraio 1248. La corona regale, poi, sarebbe stata presa, secondo Affò che segue Salimbene, da un popolano di nome Cortopasso e, acquistata dal Comune, posta nella Sagrestia della Cattedrale di Parma.
L’ipotesi militaresca, quindi, appare poco convincente, benché Gherardo de Dentibus, podestà di Parma nel 1247,  fosse all’epoca uno dei capi del partito guelfo in “Lombardia”.
Se ampliamo il nostro panorama araldico, il cane collarinato compare, in varie versioni, anche nello stemma dei della Scala, Signori di Verona, dei Roberti di San Martino, dei Canossa, dei Parisetti di Reggio e in alcuni rami dei Gonzaga, tra cui quello di Novellara.
A questo punto, per comprendere il vero significato dell’immagine bisogna rifarsi alla scienza araldica e all’interpretazione che viene fatta dei singoli simboli.
Il cane, in particolare, viene solitamente riprodotto di profilo e passante, cioè nell’atto di camminare e passare da un lato all’altro dello scudo. Tre sono le principali razze riprodotte: il levriere (o veltro), come nel nostro caso, con il corpo magro e slanciato e le orecchie tese, il mastino e il bracco. Ne possono comparire anche altre, ma con minore frequenza.
Può avere anche molte altre rappresentazioni (corrente, sedente, rampante, coricato eccetera) e simboleggia la vigilanza, la fedeltà, l’amicizia e l’obbedienza. Per testimoniare in modo ancora più chiaro la fedeltà al Sovrano o a un’altra autorità, è raffigurato con un collare e talvolta con una catena.
Ecco dunque il vero significato del levriere dei da Correggio, simbolo di quella fedeltà all’Impero che li avrebbe portati, tra Quattrocento e Cinquecento, ad una posizione di grandissimo rilievo e prestigio tra la nobiltà padana del tempo.

 

 

 

 

Gabriele Fabbrici
 
 
Per approfondire
Antichità correggesche, Correggio 1881
G. Fabbrici, Araldica dei da Correggio: i secoli XIV e  XV, in “Correggio Produce 2002”, Correggio 2002, pp. 94-105 (part. p. 100)
G. Mantovani, Correggio (dvd sull’araldica dei da Correggio, del Comune e della Parrocchia di San Quirino – consultabile presso la Biblioteca del Museo “Il Correggio”)
 
 
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