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La villa romana di San Prospero di Correggio

La villa rustica romana di San Prospero di Correggio
 
Nel corso degli anni Settanta e con maggiore frequenza dagli anni Novanta del secolo scorso, la cava di San Prospero di Correggio, nell’omonima località, ha restituito, grazie a numerosi ritrovamenti occasionali, materiali d’epoca romana che rivelarono la presenza di un importante sito archeologico.
Il sito è stato oggetto, tra il 2003 e il 2006, di un approfondito scavo archeologico stratigrafico, diretto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, che ha interessato un’area lunga circa 80 metri e larga circa 10 metri, posta a circa 6 metri sotto il piano di campagna attuale. I reperti rivenuti sono oggi visibili nella Sala di Archeologia del Museo di Correggio e presso la sede correggese del Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale (pavimento ligneo).
La profondità del sito, la potenza dei depositi alluvionali (che ne hanno conservato l’integrità) e il livello dell’acqua di falda (che ha permesso di mantenere l’edificio con i suoi elementi strutturali lignei in una ideale condizione di umidità) sono stati gli elementi che hanno permesso di rinvenire in un ottimo ed eccezionale stato di conservazione questo insediamento.
Le campagne di scavo via via succedutesi hanno messo in luce un complesso di notevoli dimensioni  che dovette essere utilizzato in un arco di tempo che andò dal I al VI secolo d.C. Le prospezioni hanno rivelato l’esistenza di almeno quattro fasi edilizie  durante le quali la planimetria originaria e la funzionalità della struttura stessa, a carattere produttivo-abitativo, furono state profondamente modificate.
L’edificio principale scavato,  di circa 10 x 5 metri, è da identificare probabilmente con il primo insediamento nell’area. Era costituito da un grande vano di forma rettangolare delimitato da muri perimetrali costituiti in laterizio (frammenti di mattoni e tegole) o in tecnica mista (laterizi e legno) larghi circa 50 cm, senza alcuna suddivisione interna, ma con contrafforti all’esterno che dovevano contribuire a dare stabilità alla struttura portante. Al suo interno trovavano posto alcuni piani lignei, che in base alla loro stessa conformazione e costruzione sono stati identificati  come pavimenti o come essicatoi.
Successivamente, in seguito ad un probabile diverso utilizzo dell’impianto, l’edificio venne frazionato con pareti divisorie in legno e argilla e suddiviso in numerosi ambienti, dotati di focolari e spesso impostati sui precedenti piani lignei, documentando così la planimetria più complessa ed articolata dell’edificio.
Ad una successiva fase di notevole espansione, risale l’ampliamento ad L con area cortiliva al suo interno.
Si può ipotizzare che la massima evoluzione planimetrica della villa sia da datare alla piena età imperial (II – III secolo d.C.).
A questa fase edilizia si deve essere succeduto  un utilizzo assai meno strutturato.
I vani, infatti, diminuiscono di numero,  ma nascono nuovi ambienti con nuovi focolari che sigillano completamente i piani lignei di prima fase.
Si tratta comunque, ancora, di un completo riutilizzo della struttura, che solo in seguito verrà  definitivamente abbandonata.
L’ultima frequentazione del sito, forse databile alla fine del VI secolo, è testimoniata infatti unicamente da un focolare e da alcune buche di palo che dovevano formare,  insieme alla parti in muratura ancora visibili, ricoveri di fortuna dimostrando un uso sporadico del sito, che evidenrtemente doveva essere in rovina o quanto meno quasi totalmente abbandonato da decennia,.
Quando la villa venne abbandonata? Sebbene non sia ancora possible dare una risposta certa alla domanda, dopo le quattro fasi edilizie delle quali si è detto, la seconda metà del VI secolo fu caratterizzata da sconvolgimento politici e geomorfologici di rara Potenza.
L’invasione longobarda, che dovette raggiungere il territorio reggiano verso il settimo decennio di quell secolo segnò certamente una pesante cesura negli insediamento tardo romani, ma ancor più devastante dovettero esseri gli esiti della disastrosa alluvione del 17ottobre 589 che interessò praticamente tutta la Pianura Padana. L’Adige, il Po e numerosi altri fiumi strariparono e le acque senza controllo proovocarono decine di migliaia di morti e la distruzione di centinaia di villaggi. L’intera Pianura Padana divenne un’immensa palude, come testimoniano le fonti dell’epoca.
L’imponente coltre di deposito alluvionale che ricoprì il nostro territorio era spessa da 1 a 3 metri e probabilmente sigillò per sempre anche tutto il nostro sito, decretandone la fine e consegnandolo intatto fino ai giorni nostri.
 
 
Gabriele Fabbrici
 
 
 
Per approfondire
R. Curina (a cura di), Archeologia a Correggio. Un edificio rustico di età romana, Carpi 2007.
 
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