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Araldica: stemma dei Da Correggio in via Roma

Parliamo dello … stemma dei da Correggio in via Roma
 
Alla fine del lungo portico di via Roma che conduce all’ingresso laterale della chiesa di san Francesco, proprio di fianco allo stesso, troviamo, murato sulla parte esterna del tempio, un piccolo, ma elegante stemma marmoreo, caratterizzato da un grande stemma araldico e dal una scritta all’apparenza misteriosa. Cominciano ad analizzarlo partendo delle lettere scolpite che ci tramandano, nella forma abbreviata in uso nel medioevo, il nome personale Gyber[tus]. La lapide faceva parte del monumento funebre di Giberto IV da Correggio che nel 1247 aveva sconfitto a Borghetto Taro le milizie di Federico II di Svevia.
La tipologia dello scudo, dell’elmo e degli svolazzi che da esso si dipartono suggeriscono una datazione ben dentro il XIV secolo, alcuni decenni dopo la morte del condottiero.
Lo stemma è semplice, ma elegante e lo scudo, dalla foggia particolare sulla quale torneremo fra breve, riporta lo stemma originario della famiglia, diviso in tre fasce alternate rosse e bianca. Sopra lo scudo è posto un elegante elmo coronato, dal quale pendono svolazzi e spunta una testa di cane con collare.
Non mi soffermo sull’analogia dei colori rosso e bianco con quelli, analoghi, dello stemma di Casa d’Austria che sarà oggetto, insieme a tante altre leggende sorte in merito alle origini della famiglia,  di un prossimo specifico approfondimento. Mi limito, ora, a sottolineare l’antichità del motivo decorativo “a fasce” presente nello scudo correggesco, tipico degli albori dell’araldica (secc. XII – XIII) e l’antichità dell’uso del rosso e del bianco anche per ricordare episodi militari di rilievo.
Si è detto in precedenza della forma inconsueta dello scudo. Si tratta del cosiddetto “scudo all’inglese” o “scudo a targa”, conosciuto anche (forse meglio) come “scudo torneario”. Un’espressione, quest’ultima, che ne identifica immediatamente l’uso: costituire la principale protezione del cavaliere durante un torneo. Rispetto a quelli utilizzati in guerra, presenta una caratteristica “tacca”, un incavo posto sul margine superiore sinistro di chi guarda dentro il quale veniva letteralmente incastratala lunga lancia del cavaliere. Le punte acuminate poste sul lato destro (sempre di chi guarda) avevano, invece, una funzione offensiva: il cavaliere poteva utilizzarle per menare fendenti contro l’avversario se ambedue si fossero trovati a combattere a piedi.
Sopra lo scudo trova posto un elegante elmo da combattimento trecentesco, diretto erede del duecentesco elmo a berretto. L’elmo in cima allo scudo, che araldicamente è indice di vera nobiltà e vien portato solo dai cavalieri, è una solida struttura in acciaio, senza parti mobili, completamente chiuso e con una stretta fessura all’altezza degli occhi per la visione.
Sopra di esso   troviamo degli svolazzi che in origine, essendo di tela, dovevano proteggere l’elmo dall’eccessivo irraggiamento solare. Fanno la loro apparizione in araldico all’inizio del Trecento e conferivano al cavaliere un aspetto di eleganza e imponenza.
L’elmo è ornato da una corona, il cui modello appare del tutto di fantasia o potrebbe forse essere una personalissima variante delle coronette tipiche della nobiltà non titolata (i da Correggio divennero Conti solo nel 1452).
Infine l’elegante cimiero che si diparte dalla corona. Originariamente si trattava di un elemento decorativo, realizzato in materiali leggeri (cartone, stoppa o panno con anima in legno), la cui funzione poteva essere tanto di semplice abbellimento quanto di riconoscimento del cavaliere le cui fattezze erano celate dall’elmo chiuso quanto “militare”. Dando l’impressione di una maggiore imponenza di chi lo portava, si sarebbe potuto indurre anche ad un maggiore timore l’avversario.
Il cane a fauci spalancate che compare sull’elmo correggesco è un levriere, in questo caso “collarinato”, cioè con un collare attorno al collo. In araldica il levriere, tanto più quello con il collare, simboleggia la guardia, l’obbedienza, la fedeltà e forse non si è lontani dal vero se vi si riconosce un esplicito richiamo alla fedeltà dei da Correggio all’Impero germanico e alla Casa d’Austria di cui essa fu sempre uno dei più fervidi alleati.
 
 
Gabriele Fabbrici
 
 
 
 
Per approfondire:
G. Fabbrici, Araldica dei da Correggio: i secoli XIV e XV, in “Correggio produce 2002”, Correggio 2002, pp. 94 – 105.
 
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