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San Pio V


San Pio V e il Miracolo del Crocifisso
La settimana scorsa abbiamo parlato di un’opera proveniente chiesa di San Giuseppe Calasanzio (già San Domenico) e recentemente entrata a far parte del percorso espositivo permanente del Museo.  E’ ora la volta di un’altra grande tela del XVII secolo, di Giuseppe Capretti, correggese e zio materno di Girolamo Donnini, proveniente anch’essa da San Giuseppe che presenta anch’essa un soggetto particolare: San Pio V e il Miracolo del Crocifisso.
Pio V (al secolo Antonio, in religione Michele, Ghislieri), nato a Bosco Marengo nel 1504, dopo essere entrato nell’Ordine dei Domenicani,  fu a lungo attivo nell’Inquisizione romana, di cui divenne commissario generale. Vescovo di Sutri e Nepi nel 1556, fu creato cardinale prete con titolo di Santa Maria sopra Minerva nel concistoro del 15 marzo 1557. Grande Inquisitore nel 1558 e Vescovo di Mondovì nel 1560, il 7 gennaio 1566, dopo la morte di Pio IV, venne eletto Romano Pontefice. Di carattere rigido e intransigente, colpì senza pietà gli abusi della curia pontificia, creandosi non pochi nemici al suo interno. Pio V godette subito dell’ammirazione e del rispetto di tutti per la pietà, l’austerità e l’amore per la giustizia. Fu inflessibile nel vigilare sulla cultura ed i costumi del clero, accelerando il processo di riforma e di moralizzazione.
Egli curò, inoltre, la pubblicazione del catechismo romano, del breviario romano riformato e del messale romano. Rafforzò gli strumenti della Controriforma per combattere l'eresia ed il protestantesimo e diede nuovo impulso all'Inquisizione Romana. Analogo rigore venne riservato nei confronti degli ebrei. La bolla Hebraeorum gens del 1569 sanciva l’espulsione di tutti gli ebrei dallo Stato Pontificio ad eccezione di quelli che risiedevano nei ghetti di Roma e Ancona. Le conseguenze sociali ed economiche per lo Stato Pontificio furono gravissime: molti imprenditori, artigiani specializzati, professionisti che avevano definitivamente abbandonato le "terre del Papa" non poterono essere sostituiti e le fitte reti di relazioni che gli uomini d'affari ebrei intrattenevano con i loro correligionari di altri paesi d'Europa e d'Asia andarono irrimediabilmente perdute.
L’episodio più celebre della vita di questo pontefice è sicuramente il suo intervento in favore della battaglia di Lepanto. Per bloccare la minaccia che i Turchi costituivano contro il mondo cristiano, il Pio V organizzò un lega di principi le cui flotte, sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore Carlo V, affrontarono il 7 ottobre 1571 nel golfo di Lepanto quella turca. Alla stessa ora in cui la battagli aveva termine, Pio V si affacciò improvvisamente alla finestra, rimase alcuni istanti in estasi con lo sguardo rivolto ad oriente ed ebbe la visione della vittoria nella battaglia di Lepanto ed esclamò «...sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto.» L'anno successivo, nel 1572, il 7 ottobre venne celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto con l'istituzione della "Festa di Santa Maria della Vittoria", che poi cambiò nella festa liturgica del Santo Rosario, al 7 ottobre, preghiera alla quale sarebbe stata attribuita dal papa la vittoria.
L’attività contro l’eresia provocò a Pio V ostilità in tutto il mondo protestante. In questo contesto si collocano le numerose rappresentazioni di un miracolo che salvò la vita al Pontefice.
Scrive dom Prosper Guéranger: …. La perfidia degli eretici tentò più di una volta di metter fine ad una vita che lasciava senza speranza di successo i loro progetti per la conquista dell'Italia. Con uno stratagemma, tanto vile quanto sacrilego, assecondati da un odioso tradimento, essi impregnarono di un sottile veleno i piedi del Crocifisso che il santo Pontefice aveva nel suo oratorio, e sul quale spesso poggiava le sue labbra. Pio V, nel fervore della preghiera, si apprestava a dare questo segno di amore, per mezzo della sua sacra immagine, al Salvatore degli uomini; ma d'un tratto, o prodigio! i piedi del Crocifisso si staccarono dalla croce e sembravano sfuggire ai rispettosi baci del vegliardo. Pio V comprese, allora, che la malvagità dei nemici aveva voluto trasformare per lui in strumento di morte anche quel legno che ci aveva reso la vita.
Di questo miracolo abbiamo abbiano numerose rappresentazioni. Tra le più note ricordiamo quella che si conserva  nella chiesa di S. Maria in Castello a Genova di Alessandro Gherardini (1655-1723 o 28), una di Domenico Maria Muratori (1661- ) oggi nel Museo presso il Convento di Santa Sabina a Roma, di cui di cui si conoscono anche due versioni a stampa, una incisa da Girolamo Rossi e inserita nella biografia del pontefice scritta da Paolo Alessandro Maffei in quell’anno, e alcune derivazioni e un altro posto nella Cappella del Collegio Ghislieri a Pavia, progettata da Pellegrino Tibaldi e terminata agli inizi del Seicento ad Alessandro Mollo.
L’eco di questo miracolo fu assai ampia, tanto da ispirare il compositore Giovanni Antonio Costa (1660 – ca. 1735) nella realizzazione dell’oratorio L’Empietà delusa, su libretto di Carlo Giuseppe Cornacchia,  andato in scena nella Cappella del Collegio Ghislieri a Pavia nel 1713. Esso narra la vicenda del miracolo del crocefisso: l’Empietà, sicario del Demonio, attenta alla vita del S. Pio cospargendo di veleno i piedi del crocefisso che egli era solito baciare durante le sue orazioni, ma, in risposta alle preghiere della Chiesa, giunge l’intervento divino di Cristo che miracolosamente fa ritrarre i piedi del crocefisso e salva da morte il nostro devoto. Un sesto personaggio, il Testo, con il ruolo di narratore e commentatore, lega il susseguirsi delle diverse scene. Si tratta quindi di un oratorio agiografico, un genere particolare di oratorio che si discosta dai temi biblici più frequentemente al centro delle sacre rappresentazioni.
 
 
 
 
Gabriele  Fabbrici
 
 
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