Musei Il Correggio

Il fregio del Teatro "B. Asioli"

 

 
Il Teatro Comunale “B. Asioli” sorge dove prima era edificato il palazzo quattrocentesco di Nicolò II da Correggio (1450-1508), detto Postumo, figlio di Nicolò da Correggio, signore della città, che morì poco prima della sua nascita, e di Beatrice d’Este, figlia del marchese di Ferrara Nicolò III e sorella del marchese Leonello e del duca Borso.
Un documento ci testimonia che nel 1476 erano già stati avviati i lavori per la costruzione del palazzo e, in mancanza di altre notizie documentarie certe, possiamo solo ipotizzare la struttura dell’edificio inserendolo nel contesto della profonda riorganizzazione urbanistica della città, che, fra XV e XVI secolo, vide un rilancio architettonico e culturale: interi quartieri furono mutati grazie alla costruzione di nuovi palazzi, chiese e strade. La città avviò così una trasformazione in senso rinascimentale, il vecchio impianto cittadino medievale iniziò a mutare e ad assumere forme più moderne grazie allo stesso Nicolò, che non solo era un uomo d’armi ma soprattutto era un fine letterato e poeta educato a Ferrara.
Nella città estense trascorse la giovinezza presso lo zio materno Borso e lì ebbe la possibilità di frequentare il raffinato e vivace ambiente culturale della corte, che nella seconda metà del XV secolo era uno dei principali centri del rinascimento italiano. Nicolò portò anche a Correggio il bagaglio culturale maturato a Ferrara, dall’altra parte è questo il momento della massimo vicinanza, non solo politica ma anche culturale, fra la capitale dello stato estense e la piccola corte correggese: tutte le attività artistiche correggesi erano profondamente influenzate dall’arte ferrarese (si veda il Palazzo dei Principi). Tutto ciò è confermato anche dall’unico resto visibile ancora oggi dell’antico palazzo di Nicolò. Infatti del ridotto dell’attuale teatro si è conservato parte di un fregio dipinto su di un muro originario del vecchio palazzo.
L’affresco, una delle rare testimonianze di pittura muraria quattrocentesca a Correggio, rappresenta una sorta di torneo di cavalieri che montano animali fantastici, con il corpo da tritoni e la testa da unicorni, a coppie di due sorreggendo alcuni stemmi e sono intervallati da elaborati vasi in cui si intrecciano le code delle creature marine. La raffigurazione segue un medesimo ritmo e come un modulo i cavalieri, gli animali e gli stemmi si ripetono seguendo una cadenza regolare. Questa è una tipica produzione artistica di ambito estense, rientra nel settore di quelle tipologie decorative che uniscono alla funzione ornamentale quella di esaltazione e glorificazione della propria casata attraverso l’uso degli stemmi. In questo caso sono ancora leggibili quattro emblemi araldici, quelli delle famiglie Bentivoglio, Pio da Carpi, Sanvitale e Gonzaga, tutte famiglie imparentate con i da Correggio.
Non siamo a conoscenza di chi sia il pittore che ha eseguito l’affresco, ma con una certa sicurezza possiamo affermare che è un artista profondamente influenzato dall’arte ferrarese. Stilisticamente il nostro anonimo maestro è vicino a soluzioni pittoriche tipiche dell’area estense, nella durezza e purezza della linea possiamo ritrovare un eco del Maestro dell’Agosto operante nel palazzo di Schifanoia a Ferrara e, invece, per la ferocia, l’accentuata espressività e nervosità degli animali e per la propensione al fantastico c’è, a mio avviso, un rimando a Cosmè Tura.
A un retaggio di cultura tardogotica si affianca soprattutto il gusto per il fantastico e il favoloso, connotazioni caratteristiche dell’arte ferrarese, e una comprensione matura degli stilemi rinascimentali ormai pienamente penetrati anche nella provincia emiliana, come si nota dall’ariosità e ritmicità della composizione cadenzata in modo lineare.
Inoltre anche la scelta di raffigurare animali che per metà sono unicorni pare un chiaro riferimento alla famiglia estense, che adoperava l’impresa araldica dell’unicorno già da alcuni secoli. Soprattutto Borso d’Este ne fece larghissimo uso e ne troviamo testimonianza anche nelle vicinanze, nella rocca di San Martino in Rio, feudo di Borso, dove un ciclo di affreschi, di pochi anni precedente al nostro, riproduce questo animale. L’impresa dell’unicorno per Borso era personale e ricca di significati allegorici, Nicolò ripropone lo stesso animale ma con un’iconografia molto diversa, ciò non esclude che comunque l’intenzione di Nicolò fosse di omaggiare e ricordare il duca suo zio.
Infine per quanto riguarda la datazione bisogna rilevare che stilisticamente gli affreschi sono ascrivibili agli anni ’70 – ‘80 del XV secolo, sicuramente sono posteriori al 1476, anno in cui il palazzo era in costruzione. Inoltre l’insegna dei Bentivoglio, famiglia che governava Bologna, presente fra i quattro stemmi ancora leggibili, può aiutarci a circoscrivere ulteriormente il periodo. Infatti la prima testimonianza di una parentela fra i da Correggio e i Bentivoglio risale al 1487, quando il 21 gennaio di quell’anno Lucrezia d’Este, cugina di Nicolò poiché figlia naturale di Ercole I signore di Ferrara, sposò Annibale II Bentivoglio e proprio in occasione di queste nozze Nicolò fece recitare la Fabula de Cefalo, una delle sue principali opere letterarie, ma soprattutto tra i primissimi lavori teatrali d’argomento profano e una delle più importanti testimonianze originali del dramma tardoquattrocentesco.
Se a tale episodio si deve la parentela con la famiglia bolognese, allora probabilmente anche gli affreschi furono eseguiti in questo giro d’anni.


 
Amalia Salsi
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